Come scrivere bene: il particolare che nessuno svela

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Tutti parlano di come scrivere un buon libro, una buona trama, ottimi personaggi, ma c’è un particolare che rende la lettura davvero di spessore. Un particolare che nessuno svela. Non si sa perché.

Sabato sera, a me e ad altri amici scrittori, sono stati consegnati alcuni premi per racconti e romanzi scritti nel corso del 2013. Erano presenti anche big come i carissimi Andrea Carlo Cappi e Andrea G. Pinketts.

In un momento di pausa, abbiamo fatto due chiacchiere sulla scrittura, in generale. E ci siamo soffermati su un particolare chi ci ha lasciato di stucco: nel libro di Pinketts, in due righe viene ripetuta più volte la stessa parola e i suoi derivati. Ciò che ci ha destato stupore è come questo, nel testo di Andrea, risultasse del tutto naturale, musicale, appropriato.

Ci si batte tanto per stare attenti a non ripetere le parole, a non cadere nella cacofonia, e poi arriva il genio di turno che ti sconvolge tutto e ti fa capire che di regola ne esiste solamente una: rendere il tutto piacevole alla lettura.

Questa è l’unica legge davvero valida.

Ma non il particolare di cui parlo nel titolo.

La chiacchierata di cui sopra, infatti, mi ha permesso di riflettere su una questione, mentre mi facevo la mia oretta di macchina, al ritorno: tra tutte le regole che vengono scritte ovunque, nel Web e fuori, non ne compare mai una, che ritengo fondamentale.

Il vero valore delle parole va al di là del loro ruolo grammaticale. Le parole portano con sé tutto un universo simbolico in grado di disegnare o ridisegnare il mondo che abbiamo intorno. Inserire la parola giusta al momento giusto, anche se ripetuta più volte, ti permette sia di creare musicalità che di affrescare nella mente del lettore l’immagine che tu stesso hai intenzione di riversare su carta.

Una sorta di trasmissione del pensiero a distanza.

Mi pace molto la teoria della grammatica generativo-trasformazionale di Noam Chomsky. Non basta studiare il linguaggio da un punto di vista strutturale, come ha fatto in passato lo strutturalismo, analizzandone solo i componenti e i rapporti tra questi, all’interno di una struttura grammaticale (anche io ho usato la radice “struttura” per 3 volte, in questa frase. Non me ne voglia Pinketts) ;).

Il linguaggio è creatività. Chomsky si chiede: “come avviene che i parlanti di una lingua sono in grado di produrre e di comprendere un numero indefinito di frasi che non hanno mai udito prima o che addirittura possono non essere mai state pronunciate prima da qualcuno?”

Molti editor tendono a correggere frasi del tipo: “la penna illuminò il foglio di blu, ad ogni tratto”. La correggono perché dicono che la penna non illumina. Scrive, tratteggia, disegna, sporca, macchia. Ma non illumina. Eppure, se io con quella frase riesco a disegnare nella mente del lettore l’immagine di un foglio bianco su cui stride il blu ancora bagnato dell’inchiostro, perché dovrei modificarla?

Abbiamo, nella mente, dei princìpi universali innati che ci permettono di creare il linguaggio. Usiamoli senza freni e nel modo appropriato, allora!

In molti corsi di comunicazione si dice che, in una conversazione (o nella lettura di un testo) ciò che viene compreso è responsabilità unica di chi comunica il concetto (parla o scrive). Niente di più errato, per me! Se è vero che tutti abbiamo dentro di noi le regole per la comprensione di concetti astratti e mai sentiti prima, come è vero, allora è responsabilità anche di chi riceve la comunicazione comprendere esattamente ciò che si intende dire (compatibilmente con le proprie capacità, ovvio).

Vi è sempre una corresponsabilità. Ma torniamo a noi.

Per quanto su detto, dunque, scrivere bene, scrivere un buon romanzo o un buon manuale tecnico vuol dire prestare attenzione a ciò che nel minimalismo Chomskyano è definito come Logical Form (LF) e Phonetic Form (PF).

Bisogna tener presenti dunque, tanto l’aspetto fonetico della parola, quello legato al suono, alla melodia insita nella parola stessa e nel suo rapporto con le altre, sia all’aspetto logico della parola stessa, all’universo simbolico che porta con sé, alle immagini che è in grado di suscitare nel lettore.

In questo articolo approfondisco la questione, se ti interessa. ;)

E ora facciamo un test, scrivi qui sotto, nei commenti, le immagini che evoca nella tua mente il verbo “ammaliare”.

Sarà sorprendente il risultato, se ci sarà partecipazione. Ne sono certo. ;)

 

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23 Commenti “Come scrivere bene: il particolare che nessuno svela

  1. sono ammaliata dal suono stesso della parola ammaliare! per un lungo istante risuona dentro di me, sussurrando tutte le premesse, le possibilità e le piacevoli conseguenze del restare ammaliata, come il fremere di foglie al passaggio di un vento tiepido, poi arrivano i ricordi, dal passato e dal presente, poi sono io che lascio qualcuno ammaliato al suono delle mie parole, della mia voce…
    infine sospendo il respiro e poi sorrido, tra me e me…

  2. Ammaliare: sento un profumo dolce di vaniglia e zucchero filato, il suono timido e gentile di un organetto di barberia, un sorriso enigmatico dietro il velo di una misteriosa donna orientale. E mi lascio incantare.

  3. Una donna, un sorriso che apre il mio cuore e strizza il mio stomaco, uno sguardo che sfonda le barriere dalla mia impenetrabile anima, trapassandole come l’acqua tra le maglie d’una rete da pesca. Ecco… la visione ammaliante, quella che ha sconvolto la mia vita per sempre.

  4. Tessere una trama…come quando si lavora a maglia…si intrecciano le maglie una legata all’altra, una sull’altra, dipendenti tra loro nel gioco della seduzione. ..insieme hanno un senso, danno vita a qualcosa che prima non esisteva…

  5. Una incantevole creatura che con il suo fascino e sorriso ti ammalia e’ una donna che ti spinge a credere di essere importante; illudendoti e facendoti dimenticare di essere una goccia in mezzo al mare e sprofondandoti, con la sua mancanza, negli abissi piu’ profondi e piu’ cupi della tua esistenza.

  6. Ammaliare: il pianto di un neonato uscito dal grembo, un albero e le sue foglie che volteggiano nel vento, un temporale d’estate, un amico ritrovato, una distesa di girasoli piegati al sole, il silenzio dopo il tuono, gli occhi che sorridono, un gesto fatto col cuore.
    Tutto ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi può ammaliarci: basta solo vedere il mondo da un lato diverso da quello da cui si è sempre guardato e apprezzare ogni singola, semplice e all’apparenza banale cosa.

  7. Tutto ciò che stimola la mia curiosità riesce a farmi ammaliare.
    Il ché succede assai spesso. Direi che sono un maliato cronico.
    Basta uno sguardo, un gesto, un sorriso, una persona… A volte basta una semplice parola su cui sguinzagliare i propri pensieri lavorando di fantasia ed immaginazione.
    In questo caso divento un maliato immaginario.
    E visto che non amo i farmaci, lascio semplicemente che la maliattia abbia il suo decorso naturale…

  8. Grazie Roberto.
    Ho scoperto il tuo sito solo ieri, cercando informazioni sul self publishing, e ne sono rimasto piacevolmente ammaliato (giusto per tornare sull’argomento).
    Oggi ne approfitterò per leggere tutto il resto.
    Grazie, a presto.

  9. Lasciarsi ammaliare dalla luce lunare,misteriosa,curiosa ma mai invadente; quei raggi sottili che penetrano nel più profondo dell’animo stregandolo con i loro incantesimi.

  10. La forma non c’è per quante ne ha, è avaro di spazi, nefasto d’intenti. Si erige trionfale, corpulento, espirato dal vezzo dell’attimo, poi scende leggero e si espande nell’aria, sparisce per sempre. Torna ancora da lei con eroico coraggio, colei che lo cerca ma solo per noia, insaziabile bocca dai sospiri amari. La folle avventura del fumo amaliante che pena non trova per un bacio di donna.
    :)

  11. Risuona nel silenzio della stanza, un ticchettio metallico di una giovane ragazza che sferruzza a maglia. Concentrata, non ricorda più il suo dolore. I suoi pensieri restano intrappolati nella trama del lavoro non ancora concluso. Su di esso vi si dedica intenta a soffocare il suo passato. Amalia si muove con violenti spasmi, mentre i fili si annodano tra i ferri così come i suoi sentimenti, che affannosi si legano ai ricordi. Dalla porta socchiusa vedo mucchi di copertine, calzini, guanti e sciarpine dalle trame più varie. Di colpo entro e le afferro il braccio bloccandole i moviementi. Mi guardo meglio attorno e solo dopo osservo ammaliato i suoi occhi blu intensi che dicono: “Volevo solo essere madre”.

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