Il self publishing e la crisi che vive l’editoria tradizionale

Self publishingIl self publishing sta facendo parlare molto di sé e, oltretutto, fa molta paura a coloro che augurano vita eterna all’editoria tradizionale.

Ha innescato un cambiamento che difficilmente potrà essere arrestato. Un cambiamento radicale, nel modo di fare editoria. Un cambiamento all’insegna dei più profondi ideali democratici. Soprattutto grazie al repentino sviluppo del Web.

L’autore/autrice presenta il suo libro, scrive ciò che vuole, e l’unico, vero giudice in grado di valutarne la qualità e decretarne il successo è il pubblico. Questo, come ovvio, toglie alla macchina editoriale tradizionale ogni potere decisionale sulla pubblicazione dell’opera. Con conseguente allontanamento degli autori, specie di quelli emergenti. Mettendo in crisi la realtà editoriale, così come l’abbiamo conosciuta sinora.

Ma, che l’editoria tradizionale fosse in crisi, s’era capito già da diverso tempo. E i segnali erano sotto gli occhi di tutti. Una crisi dovuta sì, al criterio tutto italiano di intendere la lettura e alla crescente scarsità di tempo libero (come si evince a pagina 4 di questo documento), ma anche a scelte sbagliate dell’industria editoriale.

Gli editori, salvo rare eccezioni, hanno dimostrato, infatti, di non avere il coraggio di puntare su nuovi talenti e di preferire i soliti noti. Questa propensione a puntare sempre sui cavalli vincenti ha decretato, da un lato la crescente pubblicazione di testi non sempre di qualità che fanno leva solo sul nome blasonato dell’autore/autrice, dall’altro una diminuzione dell’indice di gradimento del pubblico e una crescente sfiducia da parte degli autori emergenti in cerca di editore.

Io stesso, purtroppo, mi sono ritrovato a comprare libri che ho chiuso tra mille imprecazioni dopo le prime 20 o 30 pagine. E parlo di libri che hanno scalato le classifiche, che sono stati insigniti di premi autorevoli. Libri che ho pagato dai 15 ai 28 euro.

Proprio il prezzo, poi, è stato un altro dei principali punti di malcontento del pubblico, specie se associato a trame banali, metafore, similitudini e aforismi da scuola media e personaggi mediocri.

Così, per giustificare questa calata a picco dell’indice di gradimento, sono state adottate diverse giustificazioni. La più divertente di tutte, a mio avviso, è quella che asserisce che in Italia ci sono più scrittori che lettori, per questo non si vende.

Come ho accennato prima, che in Italia l’acquisto di libri non sia ai primi posti nella classifica del “devo averlo per forza”, è un dato di fatto. Ma è sempre stato così e i risultati statistici sono rimasti gli stessi nel tempo: si legge più al nord che al sud, le donne leggono più degli uomini, i ragazzi leggono più degli adulti e così via.

Per questo vorrei soffermarmi in un’analisi della suddetta frase che, oramai, è entrata nell’immaginario comune.

Asserire che in Italia ci sono più scrittori che lettori, da un lato vuol dire ammettere la possibilità per le case editrici di puntare su nuovi talenti per rinfrescare un po’ il mercato, dall’altro, però, significa confessare la presenza di un’anomalia.

Per quanto mi riguarda non si può essere scrittori (anche amatoriali) se non si è prima lettori. Accaniti lettori. Quindi, al massimo, il numero di lettori e quello di scrittori dovrebbero uguagliarsi. Giusto?

Ammettiamo, invece, che non sia così. Ammettiamo che ci siano davvero più scrittori che lettori. Cosa vuol dire essere scrittori? Avere il talento di Hemingway o anche solo tenere un diario personale? Se la risposta fosse la prima, vorrebbe dire che la nostra Nazione sarebbe ricca di estri non valorizzati da “sfruttare” per rimettere in moto la macchina editoriale e le vendite, se fosse la seconda, invece, a chi potrebbe dar fastidio il fatto che chiunque, anche dilettantisticamente, scegliesse di scrivere? Voglio dire, in che modo questo potrebbe inficiare l’andamento del mercato editoriale?

Vorrebbe dire, per caso, che molte delle persone che prima leggevano una buona quantità di libri, di punto in bianco, hanno deciso di smettere di leggere e si sono solo messe a scrivere?

Nelle varie indagini sulla quantità di libri letti in Italia, condotte negli anni, si evince che i dati del 2011, del 2010 e del 2009 non sono poi così differenti. Quindi? Si è avuto un calo delle vendite solo a partire dal 2012? O c’è dell’altro?

Forse qualcos’altro c’è. Io, ad esempio, conosco fin troppe persone che preferiscono farsi prestare un libro, o regalarlo dopo averlo letto.

Nel 2006, l’indagine Istat si interessa anche di questo dato (pagina 25 del documento), riportando, però, solo il numero delle persone che vanno in biblioteca (quindi escludendo quelle che prendono in prestito libri da amici) per prendere in prestito un libro, anziché acquistarlo. Per risparmiare, ovviamente. Si parla addirittura del 59,1% degli intervistati. Questione di costi, dunque, ancora una volta.

In aggiunta, come si evince dal resoconto di un’altra indagine Istat (2011), “Oltre un milione e 900 mila persone con età compresa tra 16 e 74 anni ha comprato libri, giornali, riviste o ebook, su Internet: sono oltre un quarto (27,8%) di coloro che effettuano acquisti online. La quota di giovani lettori che scaricano giornali, news, riviste da Internet è pari al 53,9% e quella di coloro che consultano un Wiki online è del 69%.”

Non ti basta? Senti questa, allora: dal rapporto Censis 2012 sull’informazione, da un lato emerge che gli italiani che leggono almeno un libro all’anno sono solo una minoranza, appena il 49,7%, dall’altro, però, si evince che l’ebook triplica le vendite, passando dall’1% al 2,7% del mercato.

Questo cosa vuol dire? Che non si sta parlando del fatto che in Italia non si legge, ma che in Italia si vuole leggere altro, in altri modi e con altri prezzi. Si chiama “innovazione”.

Perché ho detto tutto questo? Perché, per come la vedo io, non si tratta di avere più scrittori che lettori in Italia, ma di non avere il coraggio di ammettere che il modello editoriale tradizionale è ormai passato.

Richiede costi di produzione troppo elevati, un alto “fattore macero” (libri stampati e mai venduti), una mancanza di coraggio che non permette di adattarsi ai tempi che cambiano e un conseguente aumento del prezzo dei libri per la copertura delle spese d’impresa.

A tutto ciò, per la fortuna di lettori e scrittori, c’è una soluzione: il self publishing.

Alla prossima e…occhio alla penna ;)!

4 Commenti “Il self publishing e la crisi che vive l’editoria tradizionale

  1. Sull’innovazione hai ragione. L’editoria tradizionale dovrebbe svecchiarsi e adottare altri metodi per reclutare autori e per snellire i tempi di produzione.
    Un autore non viene spinto a inviare un manoscritto a un editore se nel sito trova scritto che l’attesa sarà di almeno sei mesi.
    Avete troppe richieste? Problemi vostri, ci sono tanto modi per velocizzare i tempi, basta pensarci.

    • Sempre ammesso che ti rispondano, poi.
      Alle volte, purtroppo, non si tratta di avere troppo richieste e poco tempo, ma di non prendere nemmeno in considerazione i manoscritti di sconosciuti.
      E questo è molto grave, a mio avviso.

      RT

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>