L’esperienza col self publishing di Matteo Marchisio

L’esperienza col self publishing di Matteo Marchisio

 

Ciao Matteo, come me, anche tu hai esperienza con editoria tradizionale e selfpulishing. Dicci come nasce il Matteo scrittore, allora.

Diciamo che è nato per caso, di colpo, da un giorno all’altro. Ho iniziato a scrivere nel 2013, trasformando una decina di anni di consumo di videogame, letteratura d’azione, table game nel primo romanzo di una seria d’avventura fantascientifica che ho intitolato ARCA.

I protagonisti sono veicoli spaziali antropomorfi pilotati da un equipaggio d’élite nel cuore di una guerra civile galattica, chiamati ARCA, da Armature Robotizzate per Combattimento Aggressivo. In quel periodo buttai giù centinaia di pagine, creando, quasi senza rendermene conto, una saga di cinque romanzi. Al tempo, e feci bene, decisi, dopo aver fatto leggere tutto quanto ad amici fidati e fidanzata, di autopubblicare.

Scelsi quella via per pura fretta di avere un feedback su quella che mi era sembrata un’attività all’inizio un po’ strana, ma che con il passare dei mesi mi aveva coinvolto al punto da svegliarmi nel cuore della notte per segnarmi gli sviluppi delle trame. Così mi affidai ai servizi di www.youcanprint.it.

Da quello che ormai mi sembra un 2013 lontano ere geologiche, sono solo passati 4 anni, ma nel tempo ho accumulato migliaia di pagine nel famoso “cassetto” in cui ogni appassionato di scrittura tiene quello che produce.

L’ autopubblicazione mi ha dato moltissimo su cui riflettere, tanto che sei mesi fa, per curiosità, ho offerto una parte dei miei scritti ad alcune case editrici, riuscendo a firmare un contratto non molto tempo dopo.

Con Delos Digital sto pubblicando una serie di tre romanzi d’azione, un po’ thriller e un po’ pulp ambientati nella Rodesia a cavallo fra gli anno ’70 e ‘80. Due sono già usciti e un terzo è previsto per aprile. In realtà sarebbero quattro, ma l’ultimo è in valutazione, perciò finger crossed!

 

Passiamo ai confronti. Quali sono i punti di forza e i punti deboli dell’editoria tradizionale?

Secondo il mio punto di vista, il primo problema, la questione che fin dal principio mi ha fatto scegliere di puntare su altre forme per condividere quello che avevo scritto, è il tempo.

Le lungaggini bibliche sono terribili, ammazzano ogni cosa.

Per me, la passione per la scrittura è arrivata dal nulla, e tutt’ora segue solo ed esclusivamente le regole dell’intuizione momentanea, strappando alla quotidianità qualche momento per segnare un passaggio su un taccuino o sul un file word. L’idea di scrivere qualcosa e riceverne, se sono fortunato, un rifiuto fra secoli, o magari un contratto editoriale quando avrò cinquantacinque anni, dopo infiniti periodi di peregrinazione petulante con il mio manoscritto in una mano e il cappello nell’altra per una lettura, mi infastidisce al punto da evitare al minimo i contatti.

Questo pensiero è chiaramente figlio dei miei personalissimi canoni temporali.

Razionalmente comunque capisco che una casa editrice impieghi anni a “scegliere” i suoi prodotti perché subissata da manoscritti, specialmente in Italia dove sono tutti, in parte, artisti.

Il pregio infinito e più prezioso dell’editoria tradizionale, d’altra parte è il filtro che impongono, specialmente perché, in caso di rifiuto, si ricevono critiche crude e taglienti, che sono alla base del minimo di introspezione seria che si deve fare su quello che si è offerto e magari sul senso del proprio approccio alla scrittura.

Si può essere portati a credere che, vista la propria passione verso un genere, scriverne sia lo sviluppo più “naturale”. In realtà scrivere da appassionati rielaborando tutti i caratteri che più ce lo fanno amare da lettori è infinitamente più complesso del previsto. Fare i conti con la realtà non è facile.

Pubblicando con Delos Digital ho avuto alcuni contatti con Franco Forte, il suo direttore e autore più che affermato, che, pur rimanendo sempre cortese, ha sentenziato in modo netto su tutto quello che gli avevo offerto, bocciando e promuovendo senza giri di parole. Questo genere di rapporto editoriale non può che far crescere.

 

E quali sono i punti di forza e i punti deboli del self publishing?

Il punto di forza è, come detto prima, la sua semplicità. È una cartina tornasole per l’opera nella sua essenza, ovvero la storia. In una settimana, a dir tanto, il proprio manoscritto può sbarcare nel mondo. Questo, a mio avviso, è paradossalmente l’unico e più grande pregio.

Potrebbe eventualmente esserci anche il tornaconto economico, visto che le royalties maturate sono molto maggiori, ma ciò è collegato all’eventualità di vendere tanti libri da guadagnare cifre significative.

Di conseguenza, il suo massimo difetto è che non esiste filtro su quello che arriva fisicamente negli stores, tanto che la critica maggiore agli autopubblicati verte quasi sempre sulla qualità tecnica degli scritti, ovvero problemi stilistici e di impaginazione.

Critica che ha colpito anche i miei scritti. Nel mio caso ho notato come, per quanto serrati potessero essere i commenti negativi, chiunque avesse letto i miei romanzi autopubblicati avesse comunque detto che la trama era più che buona, ragione che mi ha convinto a coltivare la scrittura.

Per come la vedo io, sono questi gli aspetti su cui un appassionato di scrittura deve concentrarsi, perché in fondo si tratta sempre di inventare una storia.

Mi vergognerei di più se mi dicessero che la mia trama fa vomitare, però non ci sono refusi.

 

Facendo un bilancio delle tue esperienze, cosa ci puoi consigliare?

Questa è senza dubbio una domanda complessa. Ognuno si approccia alla passione per la scrittura e lettura per motivi totalmente personali, dai sogni di gloria a una necessità tutta propria di esprimere quel qualcosa che possiamo chiamare “interiorità”.

Si può benissimo coltivare la scrittura come sfogo personale.

Nel caso si volesse provare a sottoporre il proprio romanzo a un pubblico maggiore della cerchia di amici e conoscenti, quindi pubblicare, terrei in considerazione contemporaneamente sia l’editoria tradizionale che l’autopubblicazione.

Dal mio punto di vista consiglio entrambi, ma nell’ordine che vede prima l’autopubblicazione e poi provare a offrire i propri manoscritti a una casa editrice tradizionale per una pubblicazione tradizionale.

L’autopubblicazione lancia subito nella terra di nessuno, è il battesimo del fuoco, per usare un’espressione magari più colorita. Grazie al mondo dei social network e alla possibilità di lasciare un feedback senza filtri in pochi giorni o mesi, si possono raccogliere molti pareri, dagli insulti ai complimenti riuscendo a capire chiaramente i punti critici.

Sono convinto che la crescita stilistica non possa prescindere da un contatto diretto con un eventuale pubblico, per ristretto che possa essere. Il lavoro di cesello che sedicenti editor o specialisti propongono può essere facilmente aggirato offrendo il proprio lavoro per recensioni e valutazioni visto che di fatto è un libro a tutti gli effetti.

Quello che non può essere evitato è il confronto maleducato, su internet l’insulto gratuito è dietro l’angolo e capisco che magari non tutti sopportano il peso del vedere il proprio lavoro coperto di critiche poco eleganti.

I romanzi della serie ARCA non avrebbero potuto essere pubblicati in altro modo, erano un esperimento pieno di attese. La serie ambientata in Rodesia, accetta da Delos Digital possiede uno stile cresciuto attraverso anche troppe (si scherza) “recensioni a una stella” di Amazon e critiche serrate a tutti romanzi precedenti.

 

Il self publishing sta decollando ovunque, anche in Spagna, ora, con il fenomeno di Rut Nieves. E in Italia? Perché il selfpublishing non decolla, secondo te?

Ho sempre letto compulsivamente. E, da lettore, mi sono convinto di essere arrivato al punto di intuire almeno il motivo di certe offerte editoriali o pubblicazioni.

Da quando ho iniziato a scrivere per passione ho tentato di cogliere il senso dei movimenti delle pubblicazioni, le scelte delle case editrici che seguivo anche da lettore. Perfino cercare di intuire il motivo della partecipazione a un concorso piuttosto che a un altro.

Per quel che vedo e percepisco, in Italia, la situazione dell’editoria è pesantemente congestionata, basti considerare come nel mercato anglosassone, che ironicamente viene spesso ritenuto meno colto di quello nostrano, fioriscano pubblicazioni di vario tipo e si noti un aumento di nuove forme di diffusione come, ad esempio il formato digitale.

Per la mia esperienza in Italia, e per quanto mi è stato più volte detto in vari modi mentre offrivo i miei romanzi per critiche e recensioni, si tende a considerare l’autopubblicazione come qualcosa di nemmeno associabile al concetto di letteratura e il formato digitale dei libri una forma di pubblicazione di serie B.

È chiaro il divario abissale che esiste fra una realtà del genere e la situazione di altri paesi europei.

 

Progetti in cantiere?

Moltissimi. A livello di produzione, muovendomi sempre e solo per istinto e ispirazione, devo però dire che non sto facendo molto.

Ho alcune idee che continuo a segnarmi, magari diventeranno qualcosa di più al momento opportuno: qualcosa riguardo una spy story ambientata nel Piemonte del secondo dopoguerra, un’altra avventura dei miei personaggi dei romanzi ambientati in Rodesia, qualche racconto nell’universo della saga dedicata agli ARCA…

Attivamente mi sono dato alla ricapitolazione totale della mia prima saga, sì ancora gli ARCA, seguendo tutti i consigli raccolti nelle recensioni ricevute e nei vari feedback, nella speranza di portarli a un livello di qualità totalmente nuovo. In più, ultimamente ho ricevuto alcune proposte di pubblicazione e ho intavolato una discussione semiseria con alcuni amici editori.

Che si prospetti un futuro roseo anche per quei romanzi?

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