Self publishing e case editrici tradizionali. Amici o nemici?

Self publishing e case editrici tradizionali. Amici o nemici?

Molti mi hanno chiesto: meglio il self publishing, o l’editoria tradizionale? E altri, senza riflettere troppo: ma quando muore definitivamente l’editoria tradizionale?

Perché queste domande? Perché molti pensano ancora che le case editrici siano un male. Che siano nemiche della modernità. Che bisogna odiarle. I motivi non li conosco. Posso intuirli: forse perché tutti abbiamo bisogno di un nemico da combattere.

Ma, pensarla in questo modo, genera azioni distruttive, non costruttive. Io preferisco, al contrario, sempre un approccio costruttivo. In questo post, allora, cercherò di spiegarti come funzionano self publishing e case editrici tradizionali, come affrontare il futuro e in che modo questi due modi di fare editoria possono convivere.

Iniziamo!

 

COME INIZIA IL TUTTO

L’editoria tradizionale sta vivendo un periodo di forte depressione, è innegabile. Il self publishing, invece, sta crescendo sempre più. Soprattutto negli USA e nel Regno Unito. Questa dicotomia ha dato vita a una serie di pensieri, alcuni dei quali hanno portato a vedere i due soggetti in lotta.

Ma l’editoria tradizionale e il self publishing non sono nemici. Sono semplicemente concorrenti, nell’accezione originale del termine: con-concorrono, ovvero, corrono insieme, nella stessa direzione. Sono più simili a due maratoneti, dunque, che a due gladiatori.

Perché, allora, tanto parlar male, da ambo le parti?

Alcuni editori hanno gettato parecchio fango sul self publishing. E alcuni fautori del self publishing hanno denigrato l’editoria tradizionale e coloro che vi si affidano. Ma perché? Una ragione l’ho spiegata più su, ma ce ne sono altre.

Alcuni editori, ad esempio, l’hanno fatto per paura. Il self publishing stava minando il loro business e loro non sapevano come reagire. Alcuni autori indipendenti, invece, si sono sfogati dopo mesi, o anni, di rifiuti da parte dell’editoria tradizionale. Così, anziché dire “forse devo migliorarmi”, oppure “cerchiamo altrove”, hanno covato rancore.

Ed ecco che è scoppiata la guerra ideologica. Un’altra.

Io sono troppo pragmatico per perdermi dietro questi giochini psicologici. Quando, nel 2009, sono stato ignorato completamente dalle case editrici (piccole, medie e grandi) a cui avevo inviato “Casus belli”, deluso, mi sono messo alla ricerca di strade alternative. Di qualcosa che funzionasse e mi facesse capire come migliorarmi, esponendomi alle critiche dei lettori. Così, trovai lulu.com e  mi misi al lavoro.

Dunque, sono sempre più convinto che questa battaglia ideologica debba terminare. Ma andiamo oltre…

 

LE CASE EDITRICI

Le case editrici sono come fabbriche: devono produrre per generare profitto. Così, attraverso indagini di mercato, individuano i lettori più famelici, quelli che portano soldi, e puntano a soddisfarli per guadagnare sempre più.

E come funziona?

Se 90 lettori su 100 vogliono leggere un libro erotico che sembra scritto da una ragazzina di 12 anni a cui è morta la maestra di lingua in prima elementare, le case editrici pubblicheranno questo. E sceglieranno un costo del libro abbastanza alto, in modo tale che il “ricarico” garantisca entrante “pesanti”.

Alcune case editrici, contestualmente, pensano anche a rinnovare il propri carnet e a “provarci”, con nuovi talenti. Ma sono poche. Si differenziano anche le piccole (e alcune medie) case editrici che, analizzate le entrate e le uscite, possono permettersi di sperimentare e scoprire nuove penne valide, da mettere sul mercato.

Allora, perché non puntare sulle case editrici coraggiose, su chi “ci prova”, anziché cercare nuove strade editoriali?

Perché, spesso, i budget di queste case editrici non permettono loro di offrire, all’autore, il risalto che lui s’aspetta. E, spesso, l’autore si ritrova a doversi pubblicizzare da sé. E si chiede: se devo fare tutto da me, perché non buttarmi sul self publishing, allora, così guadagno di più e sono libero da contratti?

 

IL SELF PUBLISHING

Come dice anche Lorenzo Fabbri, nel suo ottimo articolo su l’Espresso, il self publishing “potrebbe aiutare a modernizzare un sistema editoriale troppo impaurito da un cambiamento culturale […] che non può più essere rinviato”.

Il self publishing, infatti, nasce con l’esigenza di porre rimedio a un sistema ormai obsoleto e inefficace. Paradossalmente, se la macchina editoriale si fosse evoluta, il self publishing non sarebbe mai nato. Nessuna esigenza, nessun rimedio. Funziona così.

Ma perché sta avendo tanto successo?

Perché rappresenta l’esatto opposto di ciò che c’è stato sinora. Fino ad oggi, l’autore doveva passare diversi “esami” per essere pubblicato, doveva soddisfare le esigenze e le aspettative di un team editoriale e dell’editore.

Queste esigenze e aspettative, spesso, non coincidevano con la qualità dell’opera, ma con la possibilità che quell’opera vendesse. Potevi aver scritto anche un capolavoro, ma se l’editore sospettava il flop, non pubblicava.

Frustrazione… frustrazione … frustrazione …

Se l’autore riusciva a pubblicare, ben presto si rendeva conto che non è tutto oro ciò che luccica. Che essere pubblicati non vuol dire vendere. E non vuol dire piacere al pubblico.

Frustrazione… frustrazione … frustrazione …

Poi arriva il self publishing e ti dice: senti bello, con noi puoi pubblicare quello che vuoi, come vuoi e quando vuoi, i Diritti d’Autore restano a te, guadagni il 70% del prezzo di copertina (che scegli tu) e non hai contratti che ti vincolano. Però, sta a te vendere, devi impegnarti.

L’autore dice: ok, sarà dura, ma sono onesti e democratici, ci sto!

In fondo, il self publishing non è nulla di così nuovo, se si pensa che anche grandi autori del passato hanno “autopubblicato “ i loro libri, stampandoli da sé. Solo che, grazie alle nuove tecnologie, oggi ha preso proporzioni (e generato conseguenze) planetarie. Tutto qui.

 

I CON-CONCORRENTI

Capisci, ora, perché parlo di con-correnti, di maratoneti e non di gladiatori? Sono vie alternative. Sta all’autore scegliere. Strade che, a volte, si incrociano perfettamente.

No, non quando le case editrici cercano di combattere la crisi creando ridicoli surrogati dell’eBook, oppure scrivendo sulle fascette dei libri “divenuto un successo grazie al passaparola in Rete”, solo perché fa molto “moderno”, anche se quel libro la Rete non l’ha mai vista, nemmeno per sbaglio.

Possono incrociarsi quando l’editoria tradizionale si rende conto che il self publishing è un talent scout a costo zero, ad esempio. Oppure, quando un autore, che pubblica con una casa editrice, decide di tentare un’avventura personale pubblicando la prossima opera col self publishing. E così via…

Molti detrattori del self publishing pongono il limite della qualità, del tipo: nel self publishing pubblicano tutti, quindi è pieno di porcheria. Forse queste persone non hanno idea di quanta immondizia si trovi sui banchi delle librerie, libri editi dalle case editrici solo per le esigenze di mercato di cui parlavo prima.

Sempre Lorenzo Fabbri, nel suo articolo, scrive: “Chiunque conosca il mondo dell’editoria sa che l’idea del libro come sistema culturale alto, controllato e ben selezionato è una finzione collettiva, una favola che da sempre a molti fa comodo raccontare e che nasconde una realtà fatta anche di opere discutibili, libri illeggibili, dispense pubblicate ‘un tanto al chilo’ per arricchire curricula e sfoggiare competenze”.

 

Dal canto mio, in conclusione, come spiego anche in una lezione dell’Accademia del Self Publishing, non vedo nulla di male nel cercare sempre il meglio. Io ho iniziato a pubblicare racconti con l’editoria tradizionale e poi sono passato al self publishing. Ma, quando capita, ancora pubblico racconti con una casa editrice.

Questa è, in grandi linee, la mia analisi del complesso mondo che si è venuto a creare intorno al fenomeno editoriale (ho volutamente omesso discorsi sulla vanity press, l’editoria a pagamentoo, che considero solo un cancro da estirpare).

Tu come la vedi?

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